di Mattia Eccheli, da "L'Adige" di mercoledì 8 agosto 2007
La disfatta del primo conflitto mondiale a Caporetto cominciò in Trentino, a Carzano per la precisione. Con i "se" non si fa la storia, ma gli studiosi sono chiamati e forse sollecitati a rileggere nuovamente una della numerose e tragiche della "grande guerra": "Una delle tesi che sostengo - spiega il 68enne Luigi Sardi, per quasi quarant’anni giornalista ed inviato dell’Alto Adige - è che se l’esito della battaglia a Carzano fosse stato diverso, si sarebbe evitata la Caporetto nazionale".
Nella controcopertina del libro "Carzano 1917", edito da Curcu & Genovese (302 pagine, 15 euro) c’è di più: "Bello come un sogno, fantastico come una leggenda, Carzano avrebbe potuto e dovuto essere la Caporetto austriaca evitando all’Italia la tragedia dell’ottobre 1917".
Quella che si consumò nel piccolo comune della Valsugana (37 giorni prima della Waterloo italiana) è una complessa vicenda che intreccia un inutile tradimento ed un altrettanto inutile operazione di spionaggio (una delle poche che riguardano il regio esercito) con ordini titubanti.
L’epilogo è drammatico: fra morti, feriti e prigionieri, l’esercito italiano perde oltre 900 uomini (di cui 13 ufficiali) in gran parte bersaglieri, quello austriaco un terzo.
I protagonisti del fatto narrato dal giornalista in occasione del raduno interregionale dei bersaglieri del 15-16 settembre a Carzano ("è la prima volta che un corpo che non sia quello degli alpini celebra una festa in Trentino", sottolinea Sardi) sono prevalentemente tre: l’ufficiale austriaco di origine bosniaca Ljudevit Pivko, il maggiore italiano Cesare Pettorelli Lalatta Finzi ed il generale del regio esercito Donato Etna.
Pivko, per motivi ideologici, decide di passare all’Italia e offre informazioni dettagliate e complicità a Pettorelli Lalatta per condurre un’operazione da manuale per sfondare nelle linee nemiche già parzialmente sguarnite.
Carzano è la "porta" che può spalancare al regio esercito la via verso la retroguardia austroungarica che sta preparando la battaglia di Caporetto. "Il regio esercito - puntualizza Sardi, che ha già pubblicato diversi libri - aveva a disposizione tutte le coordinate relative all’artiglieria austriaca, ai depositi delle munizioni, alla dislocazione delle mitragliatrici e perfino ai colpi a disposizione per ciascun pezzo".
Una raccolta meticolosa di dati che, però, non bastano al fin troppo prudente generale Etna per dare l’ordine di superare in forze le linee nemiche: "Con la mentalità di allora - azzarda Sardi - si può immaginare che ci fosse molta diffidenza per lo spionaggio ed anche nei confronti di un ufficiale che tradiva la bandiera".
Il generale, peraltro figlio di re Vittorio Emanuele II e quindi in qualche modo "sponsorizzato" dai Savoia, temeva una imboscata che, tuttavia, non sarebbe mai avvenuta. Perché Pivko aveva addormentato i propri uomini aggiungendo al rancio serale dell’oppio.
L’accordo con il maggiore Pettorelli Lalatta prevedeva proprio questo. E prevedeva anche che le truppe del regio esercito avrebbero dovuto infilarsi in questo strategico passaggio della difesa austriaca: la superiorità di uomini era schiacciante. Addirittura 44 mila soldati schierati dietro le linee.
Invece, Etna concesse solo il via libera ad ottocento uomini che vennero successivamente sopraffatti dall’offensiva austriaca messa in allarme dai mancati collegamenti. Solo che i sorpresi militari del regio esercito guidati dal maggiore Giovanni Ramorino vennero praticamente annientati dalla risoluta difesa di meno di un mezzo migliaio di austriaci rastrellati fra gli incarichi più disparati ed anche dall’artiglieria italiana che, come si usava tracimante all’epoca, sparava su chi sventolava bandiera bianca.
Un bagno di sangue inutile che costò la vita a tantissimi bersaglieri, quelli del 72° Battaglione del 20° Reggimento.
"Era già pronto un treno - racconta Sardi - che avrebbe potuto tranquillamente arrivare fino a Trento e sorprendere le guarnigioni austriache perché ai posti di controllo Pivko aveva sistemato militari fidati".
Invece scattò anche la "rappresaglia": con l’accusa di tradimento diversi cospiratori del reggimento di Pivko vennero passati per le armi, altri imprigionati. Pivko venne incarcerato in Italia e venne salvato solo grazie all’intervento di Pettorelli Lalatta. Oggi restano ancora solo i morti dimenticati: "Auspico che si vogliamo andare a cercare le fosse comuni - conclude Luigi Sardi - che secondo me si trovano nell’area del torrente Maso, nel comune di Carzano. Non è una questione di bandiera ma di dignità".
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